quattro righe tutti i giorni

Il giappone spiegato in una parola: obiettivo.

Trovare il significato più a portata di figurina e incollarlo sovrapponendo bene gli angoli, per adattarli meglio alla superficie viscosa del tempo. Essere assorbiti dalla loro visione della vita come carta moschicida o carta da cucina, l’importante è la destinazione, più che il viaggio. Comunicare a ritmo di vocali trascinate nella frase dopo un po’ lascia un piacevole senso di orecchio traforato da trave lessicale. Il giappone esiste come struttura scenografica portante e almeno una volta nella vita bisogna andare in pellegrinaggio al monte fuji se sei cresciuto con i cartoni animati degli anni ‘80. I ragazzi vincono sempre anche quando ti piazzano due V tra la faccia e e lo sfondo, vietato essere scortesi, vietato trovare carte per terra, la stazione è il posto più figo dove stare. 

4

Perdite definitive. Piccoli rituali che smettono d’essere rassicuranti si confondono con la monotonia della solitudine e nuove libertà non desiderate. Vedere molte albe, imperdonabilmente basse, lucide di scritture ridicole e perfette solo prima d’essere risvegliate nel foglio, dei danni arginati che accadono, vengono raccontati, vengono ascoltati per abitudine. Finché non succede sulla pelle non c’è nessun tatuaggio, nessuna cicatrice da mettere in bella evidenza e occuparsene, finché non si è naturalmente rotti. 

3

Perdite di attenzione: dimenticare oggetti, persone, eventi. Quello che taglia diventa indelebile, le cicatrici a continuo memento. Attendere riscontri blu dentro un cielo bianco con aria da neve. Giorni di accattonaggio che portano a furti di minuti, sottratti alle costanti volate via, rigirarsi tra le mani gli stessi movimenti ripetuti e scoprirsi graffettati al quotidiano. Giorni di furti, piegando le ginocchia sul corpo per produrre autocombustione, per immergersi nel calore della persona ferma. Immobile. Letargia intellettuale, per non bruciare i due neuroni rimasti. Asciugarsi il viso col braccio. Aspettare. 

2

Fascinazione per complotti russi, quelle catalogazioni declinate in -ista che si formano come palloncini, rimpolpate da parole su carta, più che da immagini su occhi: nessun scrittore estremista a insegnarti una partizione della storia, mentre la storia stessa si chiude a vortice e ingloba tutti. Fabbriche, case e soprusi tutto messo in fila in ordine dallo sdegno di un europeo nato in una democrazia appena un po’ meno restringente. Arresto dell’essere umano in quanto detentore di vita, utilizzare mani e braccia per creare oggetti. Da una parte o dall’altra. Finisce tutto in sfinente atrocità. 

1

A Tokyo nevica e non ci sono nuovi messaggi. nell’agitazione delle paranoie della notte la fretta è l’ultima consigliera. “non dipingerò più con le parole, mi basta saper cuocere un piatto elaborato caldo, molto discusso. nel mio futuro enormi spadellate di spaghetti alla carbonara.”, ricopia nel libro degli abissi, quattro righe al giorno, tutti i giorni per mantenere una lucidità minima, per sopravvivere a tutta questa socialità, alle occhiate nervose dei passanti che dubitano del mondo che edifica troppo in fretta emergenze su emergenze. non aveva idea che ci fosse la luna piena, rinchiusa in casa per scelta. barcollante assemblaggio di stanze, volontà ferrea fino al primo mattino, concentrarsi sui denti bianchi di un attore per non sprofondare nell’oscurità.